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MondialBook: la Newsletter di Mondial Assistance

Newsletter N° 13
Giugno 2010
In questo numero:
 
» Le innumerevoli attrazioni di San Diego
 
» A quasi trent'anni dalla scoperta: le Grotte di Frasassi
 
» Biodegradabilità: scenario e novità
 
» Rete autostradale italiana: sicurezza in aumento
 
» MondialBook & YOU
 
 
 
 
 

Quattro settimane per un fazzoletto di carta e sei mesi per un fiammifero, 100 anni per un accendino, oltre 500 anni per un sacchetto di plastica, fino a 1000 anni per una bottiglia di plastica: questi sono i tempi necessari all’ambiente per decomporre materiali ed oggetti di derivazione non naturale. I composti organici, invece, intrinsecamente biodegradabili, vengono disgregati dai batteri saprofiti e reimmessi nel ciclo vitale nell’ambito di un processo funzionale al mantenimento dell’eco-equilibrio del pianeta.

La Direttiva 94/62/CE e la norma integrativa EN 13432 affrontano il tema della biodegradabilità rispetto agli imballaggi e ai rifiuti di imballaggio, allo scopo di contenerne l’impatto ambientale e di garantire standard qualitativi ottimali nella produzione. Tra le misure previste nella direttiva, la riduzione di metalli nocivi − particolarmente: piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente − tra i componenti e l’incremento delle varie modalità di reimpiego: dal riutilizzo al recupero (possibilmente come compost), fino al riciclo. La succitata norma dell’Ente Europeo di Normalizzazione, invece, precisa le caratteristiche necessarie affinché un materiale possa guadagnare gli appellativi di biodegradabile e compostabile, allo scopo di evitare le troppo frequenti appropriazioni indebite di tali diciture. È il caso di alcune tipologie di sacchetti: definite biodegradabili in virtù della presenza di polimeri tra i componenti, risultano invece eco-tossiche in quanto addizionate con metalli pesanti. Fondamentale, dunque, la correttezza di informazione, necessaria per smascherare tutti i prodotti solo apparentemente green, ma anche per aumentare la consapevolezza del consumatore rispetto alla valenza della biodegradabilità, in maniera tale da favorire un suo stile comportamentale orientato alla tutela dell’ambiente.

Tra i soggetti maggiormente attivi nella diffusione della cultura del biodegradabile annoveriamo associazioni ed istituti di ricerca: uno per tutti, il “Centro interdipartimentale di ricerca sul packaging” di Parma, che, tra le numerose attività, effettua indagini sulle problematiche relative ai materiali degli imballaggi e sulle possibilità di smaltimento.

Nel frattempo, il mercato propone sempre più fantasiose alternative biodegradabili a numerosi prodotti ed oggetti, in grado di coniugare design, rispetto per l’ambiente e funzionalità. Oltre alle soluzioni di uso quotidiano, come le shopper 100% degradabili, troviamo diverse novità: ad esempio, gli eco-pannolini monouso, prodotti in un neonato impianto toscano e tuttora in fase di testing. Obiettivo dell’azienda è, partendo dalla attuale biodegradabilità dell’80%, arrivare a realizzare un prodotto finale dotato di tutti i requisiti per l’ottenimento della certificazione di compostabilità.

Se, poi, gli occhiali in 3D biodegradabili 100% vegetali sono in fase di realizzazione, stanno per debuttare sul mercato linee di scrittura completamente biodegradabili a base di “meril”, il primo biopolimero costituito da zucchero di mais. Sono da pochissimo sbarcati nel nostro Paese, inoltre − partendo dal Messico e passando per Londra, dove, nell’ambito del “Natural and Organic Products Festival”, sono stati premiati come “Nuovo Alimento Biologico” − chewing-gum biodegradabili.

Di grande interesse anche le batterie ricaricabili brevettate dai ricercatori dell’Università di Uppsala in Svezia e prodotte con la cellulosa ricavata dall’alga “Cladophora”, 100 volte più porosa del normale. Di facile realizzazione, queste batterie garantiscono performance ottimali relativamente al mantenimento della ricarica nel tempo. Ultimo cenno per un altro − sfiziosissimo − frutto della ricerca universitaria, ma stavolta della Hallam University Sheffield in Inghilterra: si tratta dell’abito da sposa biodegradabile in alcol polivinilico idrosolubile. Dopo il fatidico "si" sarà sufficiente una doccia per risolvere il problema dell’eccessivo ingombro nell’armadio!!

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